giovedì 6 ottobre 2011

Non impariamo mai

Ammiro chi pensa di poter cambiare le cose, intendo le grandi cose. Io mi illudo di poter semplicemente cambiare qualcosa nel microcosmo in cui vivo, e tante volte mi rendo conto che qualcosa di incredibile può accadere semplicemente tra due persone che conversano al bar, che non condividono nulla se non un casuale incontro e poche parole catturate in una conversazioni tra amici. Culture diverse, idee diverse, pensieri diversi, età diverse, interessi diversi, vite diverse, ma molte più cose in comune che con una persona con cui magari si condividono contesto culturale, luogo di nascita, età e con cui ci si è visti tutti i giorni per diversi anni, sebbene senza mai condividere molto più di un timido saluto la mattina.
Oggi ho incontrato casualmente un gruppo di amici, e mi sono aggregato a loro per una birra a San Lorenzo, patria degli universitari de La Sapienza. Dopo il consueto cazzeggio, si è arrivati a toccare anche discorsi più impegnativi, che al solito hanno dimostrato la sostanziale individualità di ciascuno, sebbene ognuno di noi possa dirsi convinto di appartenere ad una matrice di pensiero in ultima analisi simile agli altri astanti. Per farla breve: “se stavamo a menà”.
Io sostenevo che la politica fosse necessariamente compromesso e che dunque l’ideale duro e puro dovesse inevitabilmente sbriciolarsi dinnanzi alla mediazione con le altre persone, anche quelle col pensiero più affine al nostro. Ed è questa riflessione che mi spinge a pensare che non si debba credere in un ideale, che in un certo senso non è altro che un concetto vuoto, ma nelle persone in carne ed ossa. Che non si debba lottare e morire per l’Idea (con la I maiuscola), per una fantasia utopistica, ma per le persone che ci sono qui ed ora, di cui tante volte ci dimentichiamo per abbracciare un sogno di gloria chissàddove e chissàqquando. Però non riuscivo ad esprimere questi concetti con delle parole che non ne travisassero il significato, ed è qui che è entrato in campo un ragazzo seduto al tavolo accanto al nostro, che aveva inavvertitamente sentito alcuni stralci della nostra discussione. “Il compromesso non è male in sé, fintanto che non diventa compromettente”. Zac! In poche parole aveva espresso tutto quello che io avevo cercato di dire in un fiume di balbettii più o meno banali. La  politica non è altro che un gruppo di persone che si incontrano di tanto in tanto (con molta amarezza bisogna constatare che nel parlamento  italiano è così per davvero), e prendono delle decisioni. Necessario in un gruppo di quattro o cinque persone che vanno in vacanza insieme, figuriamoci per un’intera nazione. Insieme si stabiliscono le linee guida, che dovrebbero cercare di andare incontro un po’ a tutti, e poi si fa cassa comune (con qualche - molte - eccezioni). Tutti potevamo finalmente concordare almeno su questo punto: il problema non è il compromesso, ma la compromissione della propria integrità.
Nel corso della conversazione che è seguita, ho avuto modo di constatare che di cose in comune con quel ragazzo ne avevo di fatto abbastanza poche, a partire dalla nazionalità: lui è palestinese. Ma avevo sicuramente molto più da condividere con quel ragazzo palestinese appena incontrato, che con il compagno di scuola di alcuni anni fa, che sulla sua pagina di face book oggi ha condiviso questo


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